Aziende digitali

IBM, o lavori in ufficio o ti licenzi

IBM, o lavori in ufficio o ti licenzi

Mentre a Milano si svolge la settimana del lavoro agile, IBM ha posto i suoi migliaia di dipendenti da remoto statunitensi davanti a un bivio: lasciare il proprio lavoro da casa e ricollocarsi in un ufficio regionale oppure lasciare l’azienda.

La International Business Machines sta smantellando il suo famoso e decennale programma di lavoro da remoto per riportare i propri dipendenti negli uffici. Secondo il colosso tecnologico migliorerà la collaborazione accelerando il lavoro.

IBM non dirà come questo cambio di politica colpirà i 380mila lavoratori. La manovra ha già colpito le divisioni Watson, sviluppo software, marketing digitale e design che impiegano decine di migliaia di lavoratori.

Una scelta sorprendente dato che l’azienda ha sempre sostenuto tramite la ricerca e il motto della forza lavoro “anytime, anywhere”.

In passato, IBM si è sempre vantata del suo +40% di impiegati a lavoro fuori dagli uffici aziendali.

Secondo Laurie Friedman, portavoce dell’azienda, i leader di IBM vogliono da adesso che gli impiegati lavorino diversamente.

“L’impresa – continua la Friedman – ha ricostruito i team del design e del marketing digitale per rispondere velocemente ai dati in tempo reale e ai feedback della clientela. Le collaborazioni si avviano più facilmente quando i team lavorano fianco a fianco. Inoltre, la grande maggioranza dei telelavoratori di IBM ha scelto di lavorare in team con persone in carne e ossa”.

I dipendenti coinvolti da questa decisione dovranno scegliere entro 30 giorni se correre il rischio di andare a lavorare a centinaia di chilometri da casa.

Per esempio, ad alcuni (per i dipendenti del reparto marketing sono stati invitati a lavorare negli uffici di Atlanta, Austin, Boston, New York o San Francisco) è stata data la possibilità di scegliere un altro ruolo all’interno di IBM entro 90 giorni.

“Le aziende hanno cominciato a offrire generosi incentivi per il lavoro remoto perché immaginavano grossi risparmi sugli uffici e gli affitti – dice Jennifer Glass, docente dell’Università del Texas che studia telelavoro e strategie aziendali per il lavoro remoto. Questi risparmi non si sono materializzati, così i lavoratori sono stati richiamati in ufficio”.

IBM dichiara che il piano di co-locazione non è una misura di risparmio dei costi. Miss Friedman spiega come gli impiegati che non posso aderire al progetto possono candidarsi per gli oltre 5mila lavori disponibili negli Stati Uniti di America.

Sembra proprio un messaggio di anticamera per un licenziamento, dato che una parte dei lavoratori non avrà la possibilità di ricollocarsi.

Sebbene IBM si offre di pagare lo spostamento e aumentare lo stipendio per coprire una parte dei costi di vita, Miss Schlyer ha rifiutato: “Non potrò mai permettermi di vivere a New York City e probabilmente nemmeno lì vicino”.

Tuttavia ha trovato un nuovo lavoro per SA Ignite – una società di sviluppo software di Chicago – come responsabile del marketing di prodotto. Il suo ufficio così non cambierà, resterà ancora la sua camera da letto.

Tabbid, il lavoro online come modello sociale

Tabbid, il lavoro online come modello sociale

Tabbid è una delle prime piattaforme italiane di lavoro online. Nata nel 2013 grazie all’impegno di Alessandro Notarbartolo – project manager lombardo per una multinazionale del settore energetico – che da un’esigenza personale per motivi familiari ha colto un’opportunità per risolvere i bisogni quotidiani di molte persone tramite il web.

Tabbid al momento ha circa 30mila iscritti. La piattaforma è nata senza alcun tornaconto di business. Per questo si fonda sulla gratuità del servizio che viene svolto senza alcuna commissione, sia per chi cerca lavoro, sia per chi lo offre.

“Tre anni fa – continua Notarbartolo – non avrei pensato di diventare riferimento per l’Italia sulle piattaforme di lavoro online”.

Come ci spiega Alessandro – che prova a spingere Tabbid con le sue sole forze economiche e personali – “solo i servizi aggiuntivi sono a pagamento ma senza obbligo di acquisto”.

Notarbartolo ci dice che non ha mai ricercato investitori per Tabbid. “Da un lato è positivo perché gestisco in primis la situazione, dall’altro avrei potuto avere una forte espansione con fondi a disposizione”.

Tuttavia, Alessandro ci tiene a precisare che il vero successo di Tabbid è di aver messo in piedi un vero e proprio modello sociale.

Volendo provare a fare una mappa delle persone iscritte a Tabbid, possiamo dire che la maggior parte dei tabidder – si chiamano così i lavoratori iscritti alla piattaforma – si trovano al Nord Italia (principalmente in Lombardia e Veneto). Poi nel Lazio (Roma, in particolare) e a macchia di leopardo nel resto d’Italia.

Tra gli iscritti, sono presenti molti neolaureati, una buona percentuale di disoccupati temporanei (in attesa di un nuovo lavoro) e anche molti “dopolavoristi”: dal tuttofare (muratore, idraulico, ecc.) a chi ha competenze web.

L’età dei registrati va dai 25 ai 45 anni. Con una grande concentrazione di quarantenni. Chi richiede il servizio sono più donne. Tra i lavoratori c’è una piccola maggiore prevalenza di uomini.

Un elemento particolare è che Tabbid comunque non punta ad avere studenti – o quanto meno non solo loro – tra gli iscritti.

Come principale aspetto positivo – secondo Notarbartolo – c’è la gratuità della piattaforma. La seconda cosa è la sua costante presenza online tramite la pagina Facebook ufficiale. “Essere sempre online – commenta il fondatore di Tabbid – aiuta a instaurare un rapporto di fiducia e di credibilità con i miei utenti”.

Parlando di piattaforme di lavoro online in Italia, Alessandro ci conferma che nel nostro Paese le piattaforme hanno una crescita lenta e cita l’esempio di Subito.it che ha impiegato 13 anni per affermarsi.

Nella nostra chiacchierata non manca il focus sugli aspetti contrattuali e lavoristici di Tabbid.

“Anche le società presenti su Tabbid – ci dice Alessandro – sono attente e serie nel regolare i rapporti di prestazione occasionale. Alcune grosse rinunciano piuttosto all’ingaggio se non trovano il giusto inquadramento”.

Tabbid ha una guida online presente sul sito web che indica come regolare i rapporti di lavoro che si presentano sulla piattaforma.

Il meccanismo di incrocio domanda e offerta è semplice: una volta inserito l’annuncio, viene inviato un alert a quella categoria di lavoratori che incontrano le competenze richieste dal committente, ci si candida all’annuncio e il rapporto viene gestito e concluso direttamente dalle due parti senza l’intermediazione della piattaforma.

“I più abili possono arrivare a guadagnare fino a una media di circa 900 euro al mese. La qualità del lavoro dipende anche dal tipo di attività che si deve svolgere. Se devo montare e configurare una caldaia di sicuro non mi affido al primo che trovo su Tabbid” – aggiunge Notarbartolo.

Un altro aspetto interessante è quello della valutazione dei tabidder. Il lavoratore non può recensire il committente con le famose “stelle” ma può scrivere sulla bacheca pubblica di chi gli ha commissionato il lavoro su Tabbid e commentarne l’esito. Questo dovrebbe creare una maggiore sicurezza e professionalità da entrambe le parti.

Nonostante Tabbid non preveda tariffe minime, il fondatore della piattaforma ha un’idea per il futuro del sito web: “Vorrei creare delle tariffe minime per ogni categoria, impostando un minimo tariffario su base oraria o a consegna (come ha già fatto con McDonalds’).

Al momento il prezzo lo definisce il committente. “Ci sono dei committenti – aggiunge Alessandro – che mi scrivono per avere un’idea di quale cifra proporre. Ho già un tariffario indicativo dei principali lavori richiesti su Tabbid”.

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