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Programmazione informatica: +500 libri gratis

Programmazione informatica: +500 libri gratis

Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi ultimi anni sulla programmazione informatica è che non esiste un linguaggio di programmazione – come si suol dire - per tutte le stagioni. I motivi sono diversi e non è questo il momento di elencarli. Tuttavia, seguendo le discussioni di programmatori...

Angelo Cerrone - Digital Media Specialist

Angelo Cerrone – Digital Media Specialist

Angelo Cerrone, 31 anni, vive a Campagna, piccolo Comune della Provincia di Salerno.

Laureato con il massimo dei voti e relativa lode in Comunicazione di impresa, da circa quattro anni si occupa di marketing per imprese e liberi professionisti.

All’inizio della sua attività professionale si era esclusivamente focalizzato sulle classiche attività pubblicitarie e di gestione dei clienti in quanto, nell’agenzia dove ha mosso i primi passi, l’advertising digitale era visto come un vero e proprio nemico da combattere.

Dopo un solo anno però, la sua passione per la tecnologia è esplosa definitivamente dedicandosi anche alle attività di digital marketing che lo portano a continuare il suo percorso di lavoro come freelance anche se per pochi mesi.

Nel febbraio del 2016 è stato contattato da un’impresa di artigiani per digitalizzare la loro attività.

Tuttora lavora per loro e ricopre il ruolo di digital e social media strategist e gestisce anche il relativo blog aziendale.

A proposito di blog, la scrittura digitale è diventata una vera e propria passione a tal punto da scrivere: sul suo blog personale, su un blog di analisi pubblicitaria (un mio progetto) e su altre piattaforme come ospite d’onore.

Oltre alla scrittura, adora il calcio, i libri e la musica. Inoltre è un appassionato della cucina italiana: ama molto assaggiare nuovi piatti e bere, in compagnia di amici, del buon vino o dell’ottima birra.

L’ultimo social post?

È una delle domande più difficili che mi abbiano mai fatto in quanto non sono mai in grado di individuare l’ultimo post pubblicato sui social network.

Infatti aggiorno i miei profili personali in modo costante e anche le pagine aziendali che gestisco vengono aggiornate quotidianamente. Dunque per me è sempre complicato affermare:“questo è l’ultimo social post di oggi”.

Forse è più corretto parlare dell’ultimo articolo pubblicato sul mio blog personale. Lì ho un calendario settimanale e la gestione degli post è molto più semplice.

Ad esempio nella mia ultima pubblicazione, ho parlato delle Newsletter e di come crearne una senza l’uso delle email.

L’ultimo video che hai visto su Youtube?

Sono sincero, sono uno dei pochi digital strategist che non opera su Youtube.

La piattaforma non mi piace e non la considerò essenziale per fare marketing di impresa in quanto, al momento, non ci sono gli strumenti adatti per misurare il business aziendale.

Nonostante questo mio rapporto burrascoso con Youtube, ogni tanto mi concedo una pausa sul social controllato da Google e guardo soprattutto video musicali.

Tra i gruppi musicali che seguo volentieri su Youtube ci sono i Greenday ovvero una band che mi trasmette emozioni ed adrenalina nei momenti più difficili della giornata.

Mac, Windows o Linux?

Linux, Linux e soltanto Linux. Ho abbandonato il sistema Windows per disperazione. Bug, blocchi e aggiornamenti quotidiani erano diventati un peso per la mia attività digitale e per tali ragioni ho deciso di non utilizzare più il sistema operativo di Microsoft.

Con Linux è stato amore a prima vista. Lo uso da tantissimo tempo e non ho avuto mai un solo problema che abbia compromesso la mia attività professionale.

Invece non ho mai usato un Mac, ma mi sono ripromesso che prima o poi ne comprerò uno per testare tutte le sue potenzialità.

L’ultimo acquisto online?

3 libri sulla comunicazione di impresa. Due libri sono stati scritti da Kotler e Godin ovvero due guru del marketing aziendale. L’altro invece è di un’autrice italiana che è riuscita a persuadermi con un titolo molto accattivante.

Un libro che ha segnato la tua vita?

Adoro la letteratura sudamericana e in particolare Marquez quindi senza ombra di dubbio Cento anni di solitudine.

Questo libro può tranquillamente rappresenta la società di oggi. Infatti nonostante la tecnologia abbia fatto progressi da gigante, le persone continuano a vivere nella loro solitudine interiore e ciò spesso porta a gesti estremi.

Sembrerà strano, questo libro è stato scritto nel 1967 ma dopo cinquant’anni non è cambiato assolutamente nulla.

Qual è stato il progetto lavorativo che più ti ha segnato?

Il blog. Ho creato il mio primo blog per gioco in quanto avevo voglia di confrontarmi con gli esperti del settore e dopo un solo anno ho ottenuto risultati straordinari nonostante avessi scelto una piattaforma non troppo professionale (WordPress.com).

La crescita è continuata con il tempo e ciò mi ha spinto, a Gennaio di quest’anno (2017), a lanciare il mio blog ufficiale. Ora ho due obiettivi: continuare a divulgare il sapere sulla comunicazione digitale e consolidare il mio ruolo all’interno del panorama del web.

Quando hai deciso di diventare Digital Media Specialist?

Dopo aver capito che il marketing tradizionale non può rappresentare il futuro delle imprese.

Infatti mi rendevo conto che le aziende investivano soldi e risorse in strategie che non potevano essere monitorate ed analizzate. Da lì ho capito quanto sia importante l’attività digitale per lo sviluppo del business aziendale.

Nella tua carriera, ha contato più lo studio (da autodidatta o scolastico-professionale) o l’esperienza pratica?

Entrambe sono fondamentali. Gli studi consentono di conoscere le base della comunicazione e del marketing di impresa mentre la pratica è essenziale per mettere in atto ciò che abbiamo imparato.

L’unico vero problema è la preparazione universitaria e i relativi Master.

Spesso tra i banchi universitari ci si concentra esclusivamente sulla teoria e ciò limita la crescita degli studenti. Per questo è necessario integrare gli studi con un’esperienza pratica e continua in modo tale da perfezionare la propria attività digitale.

Il primo colloquio non si scorda mai: hai qualche curiosità da raccontare?

Più che curiosità, parlerei di stupore visto che i miei interlocutori non credevano che fossi cosi determinato e soprattutto diretto.

Questo mio modo di essere forse può rappresentare un problema per alcune realtà imprenditoriali, ma credo che la sincerità sia il miglior biglietto da visita per un professionista.

Hai avuto durante la tua carriera professionale un incontro particolare?

Si. Alcuni mesi fa, ho incontrato una delegazioni di esperti di marketing internazionale per un progetto di valorizzazione dei prodotti enogastronomici locali nel mondo.

Erano persone straordinarie che raccontavano le diverse sfaccettature dei mercati europei e in particolare dell’area scandinava. Con quell’incontro, ho capito l’importanza del marketing in mercati emergenti dove la storia e la cultura locale continuano ad influenzare gli acquisti dei consumatori.

E un’intuizione vincente?

L’intuizione più bella che ho avuto è stata quella di creare un progetto digitale basato solo su due punti: blog aziendale e newsletter su Whatsapp.

Il cliente era stato sincero sin dal primo momento: non aveva budget sufficiente per operare anche sui social network. Quindi per evitare di creare dei profili che sarebbero stati abbandonati in poco tempo, ho pensato di curare la Seo del blog in modo tale da intercettare potenziali clienti e di diffondere gli articoli del blog mediante Whatsapp.

I risultati sembrano avermi dato ragione visto che il blog ha macinato risultati sorprendenti.

Cosa consigli ai giovani che vogliono diventare Digital Media Specialist come te?

Di non aver paura degli errori ma di continuare a sperimentare.

Il marketing digitale ha bisogno di nuove idee e soluzioni per superare questa fase di appiattamento temporaneo.

I giovani devono saper osare senza però pregiudicare la reputazione dell’azienda per cui lavorano. Per cui ogni professionista deve stimolare l’immaginazione e la creatività e abbandonare i classici schemi della comunicazione digitale.

Internet ha cambiato il mondo del lavoro in Italia. Come?

Purtroppo i cambiamenti sono ancora poco evidenti. Si inizia a parlare di smart working e di spazi condivisi tra aziende ma, come sempre, l’Italia è in ritardo rispetto ai Paesi più sviluppati.

Sicuramente nei prossimi anni assisteremo ad una rivoluzione del mercato del lavoro.

La maggior parte delle mansioni sarà svolta da casa e i contratti non saranno più né a tempo determinato né indeterminato. Tutto sarà regolarizzato in base agli obiettivi raggiunti.

Inoltre molte aziende potranno creare delle piattaforme digitali private per mettere in contatto i singoli dipendenti e gli ordini saranno trasmessi via smartphone.

Il futuro del lavoro passa proprio dagli smartphone visto che il Pc è già preistoria.

Serve un sindacato dei Networkers? Se sì, come te lo immagini?

Si, è necessario per regolamentare l’uso della rete. Lo immagino come un comitato costituito da alcuni esponenti eletti democraticamente dagli utenti digitali.

Le elezioni devono essere organizzate ogni due anni in modo tale da consentire a tutti di poter contribuire allo sviluppo di internet.

Ogni assemblea deve essere digitalizzata e dovrà essere accessibile a tutti. Alcuni punti possono essere votati anche dagli elettori attivi, mentre altri solo dagli esponenti.

Lo statuto e gli altri documenti devono essere pubblicati online e possono essere consultati da tutti.

Descrivi la tua professione in modo chiaro e diretto in modo che anche mia nonna possa capirla.

Lavoro con i computer. A parte gli scherzi, è difficilissimo descrivere una professione digitale.  Forse la descrizione più appropriata è: “aiuto le imprese ad essere presenti su internet e a valorizzare i loro prodotti e servizi.”

L’organizzazione ‘classica’ del lavoro (orari rigidi e cartellino da timbrare) ha senso per un networker?

Questa forma di lavoro è morta. I dipendenti devono essere felici, devono essere in grado di vivere serenamente il proprio lavoro e la loro vita privata. Le aziende devono creare dei modelli di business basati su orari flessibili e sulla possibilità di alternare le risorse, all’interno dell’organizzazione, in base alle loro esigenze personali. Solo in questo modo ci sarà una nuova vera ripresa economica.

Quanti sono i tuoi amici sui social network, quanti di questi conosci davvero e quanti frequenti anche “off-line”?

Sui social network ho conosciuto tantissime persone che mi hanno dimostrato affetto in questo periodo, ma purtroppo la maggior parte di loro vivono in aree territoriali lontane dalla mia. Spero, con il tempo, di incontrarle dal vivo in modo tale da consolidare questi rapporti.

Prima di incontrare qualcuno che non conosci fai una ricerca su Google? 

Sinceramente no.

Se no, perché?

Perché spesso mi fido delle persone e non effettuo nessuna ricerca. In altri casi guardo il loro profilo Facebook per capire chi sono, cosa fanno e quali sono le loro passioni.

Gig economy in Italia: cosa fare dopo il Deliverance Strike Mass?

Gig economy in Italia: cosa fare dopo il Deliverance Strike Mass?

Abbiamo partecipato alla Deliverance Strike Mass di sabato 15 luglio a Milano organizzata da Deliverance Milano, gruppo di rider e precari autorganizzati e autonomi del capoluogo lombardo.

Alcune riflessioni sull’evento (e non solo) potrebbero essere utili per alimentare il dibattito sulla gig economy in Italia.

L’evento, i numeri, i media

L’iniziativa ha visto come punto di partenza e di arrivo Piazza XXIV maggio a Milano, il cuore – a detta degli organizzatori – della città che nei decenni passati protestava per avere più diritti sul lavoro e che oggi invece sembra abbia subito una trasformazione radicale.

La piazza è oggi anche uno dei punti di ritrovo dei rider della gig economy a Milano. Uno di quei posti dove i fattorini attendono la notifica della propria app per arrivare nei ristoranti/pizzerie/farmacie, prendere la consegna e portarla al consumatore.

Se dovessimo guardare solo alla partecipazione numerica dei rider alla Deliverance Strike Mass, potremmo dire che non è andata molto bene.

Consideriamo inoltre l’aggiunta di un gruppetto di rider provenienti da Torino (cioè, alcuni di quelli che hanno cominciato le proteste lo scorso novembre con Foodora e oggi passati a Deliveroo) e alcuni simpatizzanti, ad occhio sono arrivati a un totale di circa 50-60 persone nel momento di picco della manifestazione che si è avuto durante la fase iniziale della biciclettata.

La partecipazione è stata sicuramente inferiore alle attese.

Ricordiamo che la manifestazione riguardava tutti i fattorini delle principali app del mondo delivery in Italia: Foodora, Deliveroo, Just Eat, Glovo e Uber Eats.

Tuttavia, bisogna notare come gli organizzatori abbiano ridato vita alla protesta dei lavoratori delle consegne a domicilio, dopo che lo scorso autunno a Milano, proprio i rider torinesi di Foodora provarono a coinvolgere i colleghi del capoluogo lombardo ma senza grossa fortuna.

In tutto ciò, bisogna anche aggiungere l’aspetto mediatico che ha già giocato in questi ultimi mesi un ruolo importante.

Sappiamo che la bolla è scoppiata grazie al caso Foodora l’anno scorso. Da lì in poi si è creato un dibattito pubblico altalenante sulla gig economy – tra video inchieste, eventi, articoli di giornale – che probabilmente ha giocato a favore anche dell’iniziativa organizzata dal gruppo Deliverance a Milano il 15 luglio.

Nonostante ciò, e probabilmente anche a causa delle comunicazioni aziendali fatte ai rider prima dell’iniziativa, si poteva ottenere un maggior coinvolgimento.

I sindacati, la politica e i fattorini della gig economy

Forse è la parte più delicata e complessa del tema. Alla manifestazione hanno partecipato – senza bandiere, spille o simboli vari – (oltre a noi) anche alcuni sindacati di base e dei rappresentanti politici milanesi di sinistra.

Sarebbe interessante capire oggi quanto siano vicini al movimento Deliverance Milano. Quando iniziarono le proteste dei rider di Foodora nel novembre 2016, i SI Cobas furono accanto ai fattorini per cercare di assisterli e organizzare un incontro con l’azienda che si rifiutò di parlare con la rappresentanza sindacale.

Sembra comunque anche oggi – a distanza di mesi e senza grossi risultati nonostante il rumore mediatico – difficile avere un dialogo tra i rider e i sindacati tradizionali.

Vuoi la crisi generale di rappresentanza sia politica sia dei corpi intermedi, vuoi un certo racconto del mondo dell’economia dei “lavoretti” che non aiuta il dialogo, sarà difficile trovare uno spazio di confronto se non ci si apre in maniera schietta l’un l’altro.

Deliverance Milano ha annunciato un’assemblea pubblicata per settembre. Sarà l’occasione per condividere le buone intenzioni che animano rider, sindacati e politica aldilà delle sigle e delle bandiere?

Si potrà lavorare in un’ottica partecipativa prendendo esempio dai paesi scandinavi dove parti sociali, governi e imprese sono seduti attorno a un tavolo per disegnare le politiche delle piattaforme di lavoro online?

D’altronde, volendo fare qualche domanda un po’ più precisa, sarebbe interessante capire: a chi appartiene la società DS XXXVI Italy S.r.l.? Quale CCNL applica ai suoi dipendenti? A quali sindacati ha scritto eventuali comunicazioni sulla rappresentanza dei lavoratori?

Qualora ci fossero i presupposti per applicare il CCNL del terziario o stabilire un accordo economico collettivo ad hoc per i rider di una o più società di delivery, si potrebbe pensare di fare parte (attiva) dei sindacati che hanno firmato il suddetto contratto collettivo per rivendicare i propri diritti per un lavoro (non lavoretto) che merita le giuste tutele.

Riflessioni sul futuro della gig economy in Italia

Resta ancora difficile tracciare un percorso preciso sulla gig economy in Italia.

Un aspetto positivo è sicuramente l’interesse crescente da parte delle istituzioni a livello europeo e nazionale, dei sindacati e dei lavoratori.

Le note dolenti sono legate sempre ai numeri: nonostante l’interesse in aumento sul tema, sono ancora poche le persone consapevoli del fenomeno della gig economy. La partecipazione alla Deliverance Strike Mass è un esempio lampante.

Forse i lavoratori della gig economy non sono consapevoli di far parte di questo fenomeno, forse vige il ragionamento “l’importante è che mi paghino”.  Tutto il resto non conta.

Come spesso accade oggi – in tempi di disintermediazione – sono solo pochi quelli che animati da uno spirito critico si lanciano in proteste contro determinati nuovi modelli di business.

Ci può essere anche il rischio concreto che sia una discussione per “addetti ai lavori” tra accademici, sindacalisti e legislatori mentre fuori il mercato crea e distrugge il lavoro in tempi così rapidi che trovare soluzioni diventa un mero esercizio di stile?

Trovare una soluzione unica è in sostanza impossibile. Ogni piattaforma ha la sua storia, il suo algoritmo, le sue dinamiche lavorative.

Se da un lato abbiamo già alcune proposte pratiche (le app come agenzie di intermediazione di lavoro, la Carta di Francoforte, il Jobs App, l’interrogazione parlamentare di Giovanni Paglia di Sinistra Italiana), dall’altro la definizione di una norma sembra ancora lontana.

Volendo guardare al modello sindacale nordico, sarebbe interessante valutare anche l’ipotesi di un tavolo formato da governo, parti sociali e consumatori che definisca un set di norme ombrello che possano essere applicate a tutte le piattaforme di lavoro online e poi stipulare singoli accordi per ogni applicazione così da definire i confini normativi ed economici.

Qualcuno obietterà che si deve regolare a livello europeo. Obiezione giusta, per carità.

La Commissione europea – con una circolare di giugno 2016 – ha comunque demandato ai singoli Paesi di legiferare sulla sharing economy, per esempio.

Sempre la Commissione europea e anche il Parlamento europeo hanno dimostrato interesse sulla gig economy con la produzione di alcuni documenti (Il pilastro europeo dei diritti sociali e la risoluzione parlamentare sull’economia collaborativa, per esempio).

Come dire, le intenzioni sono buone ma bisogna cercare di passare ai fatti il prima possibile.

In ultimo – ma non per ordine di importanza – è necessario precisare una cosa fondamentale per il futuro della gig economy.

Sicuramente i casi Foodora, Deliveroo, Uber e via dicendo sono al centro del dibattito mediatico e ci può stare.

Sono dei lavori che pongono la fisicità al centro. Chi non ha mai fatto caso ai quei giovani (e meno giovani) sfrecciare con quei cubi più o meno colorati sulle spalle nelle vie di diverse città italiane?

Tuttavia, affinché si possa fare un lavoro completo di regolazione della gig economy, bisogna andare oltre. Esistono piattaforme per i lavori più svariati (dal lavoro domestico all’informatica, dal design alla ristorazione, per dirne solo alcune) che hanno già migliaia di iscritti in Italia.

Bisogna pensare anche alle tutele di questi lavoratori e fare un ragionamento più ampio rispetto al solo mondo del delivery.

In questo caso sì che bisogna pedalare!


Per chi lavora nel mondo della gig economy in Italia, è sempre attivo il nostro osservatorio sulle piattaforme di lavoro online. Un breve questionario da compilare in pochi minuti raggiungibile tramite questo link.

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Professionisti IT in Europa: entro il 2020 ne mancheranno 220 mila

Professionisti IT in Europa: entro il 2020 ne mancheranno 220 mila

L’impiego di specialisti ICT è cresciuto di circa di 2 milioni di persone in Europa negli ultimi 10 anni ma l’Unione Europea sta affrontando una mancanza di 370mila professionisti nel 2016 che potrebbe aumentare fino a 500mila nel 2020 visto che la domanda di professionisti ICT con competenze di alto profilo eccede l’offerta negli anni a venire.

Il lavoro di ricerca svolto da Capgemini si concentra su un sottogruppo di professionisti IT – chiamati “core IT profession”. Escludendo quindi le professioni relative alla comunicazione, la “C” dell’ICT, insomma.

I professionisti IT considerati nella ricerca seguono i codici di classificazione ISCO-08:

  • 1330: ICT service managers;
  • 2511 Systems analysts;
  • 2512 Software developers;
  • 2513 Web and multimedia developers;
  • 2514 Application programmers;
  • 2519 Software and multimedia developers and analysts not elsewhere classified;
  • 2521 Database designers and administrators;
  • 2522 Systems administrators;
  • 2523 Computer network professionals;
  • 2529 Database and network professionals not elsewhere classified; ICT operations technicians;
  • 3512 ICT user support technicians;
  • 3513 Computer network and systems technicians;
  • 3514 Web technicians

Questa indagine offre una panoramica della domanda e dell’offerta delle competenze digitali IT, in linea con la creazione di un quadro europeo delle professionalità IT.

L’indagine mostra come il gap di competenze in Europa stia crescendo leggermente dal 3,2% nel 2015 al 3,5% nel 2020 (uguagliando una mancanza di circa 220mila professionisti IT “Core”) con punte maggiori in Germania (5,5%) e Francia (7%).

Sono molti i Paesi nel mondo che si stanno impegnando nell’aumentare il numero di informatici professionisti. Gli Stati Uniti d’America mostrano un simile percorso a quello europeo con un divario di competenze crescente tra lo 0,7% e il 3,7% nel 2020.

Il Canada ha un leggero calo del divario: dal 7% al 6,8% nel 2020. Il Giappone non sembra avere un grosso gap di competenze ma potrebbe cambiare in maniera significativa nei prossimi anni.

La quantità di professionisti IT non è sicuramente la sola sfida. È altrettanto importante la qualità.

Vista la centralità dell’informatica e dell’IT in generale all’interno della nostra economia e della società, bisogna considerare le tante opportunità e le nuove sfide.

Temi come l’insufficiente percezione pubblica della formazione ICT, lavoro e carriere, l’aumento della criminalità informatica, le vulnerabilità software e i fallimenti dei progetti IT sono stimoli per agire subito.

La proposta di creazione di un framework europeo per le professionalità IT si basa su un importante lavoro precedente a livello nazionale e internazionale. Si basa sull’e-CF (European e-Competence Framework) sviluppato dal CEN (Comitato Europeo di Normazione) che è uno standard dal 2016.

Il quadro di riferimento proposto include non solo le competenze IT (come descritte nell’e-CF), ma anche altri riferimenti importanti: un “Body of Knowledge” di base, certificazioni e qualifiche formative, linee guide etiche. Circa 1000 esperti da tutta Europa, USA, Giappone e Canada sono stati coinvolti e hanno contribuito a questa proposta.

IBM, o lavori in ufficio o ti licenzi

IBM, o lavori in ufficio o ti licenzi

Mentre a Milano si svolge la settimana del lavoro agile, IBM ha posto i suoi migliaia di dipendenti da remoto statunitensi davanti a un bivio: lasciare il proprio lavoro da casa e ricollocarsi in un ufficio regionale oppure lasciare l’azienda.

La International Business Machines sta smantellando il suo famoso e decennale programma di lavoro da remoto per riportare i propri dipendenti negli uffici. Secondo il colosso tecnologico migliorerà la collaborazione accelerando il lavoro.

IBM non dirà come questo cambio di politica colpirà i 380mila lavoratori. La manovra ha già colpito le divisioni Watson, sviluppo software, marketing digitale e design che impiegano decine di migliaia di lavoratori.

Una scelta sorprendente dato che l’azienda ha sempre sostenuto tramite la ricerca e il motto della forza lavoro “anytime, anywhere”.

In passato, IBM si è sempre vantata del suo +40% di impiegati a lavoro fuori dagli uffici aziendali.

Secondo Laurie Friedman, portavoce dell’azienda, i leader di IBM vogliono da adesso che gli impiegati lavorino diversamente.

“L’impresa – continua la Friedman – ha ricostruito i team del design e del marketing digitale per rispondere velocemente ai dati in tempo reale e ai feedback della clientela. Le collaborazioni si avviano più facilmente quando i team lavorano fianco a fianco. Inoltre, la grande maggioranza dei telelavoratori di IBM ha scelto di lavorare in team con persone in carne e ossa”.

I dipendenti coinvolti da questa decisione dovranno scegliere entro 30 giorni se correre il rischio di andare a lavorare a centinaia di chilometri da casa.

Per esempio, ad alcuni (per i dipendenti del reparto marketing sono stati invitati a lavorare negli uffici di Atlanta, Austin, Boston, New York o San Francisco) è stata data la possibilità di scegliere un altro ruolo all’interno di IBM entro 90 giorni.

“Le aziende hanno cominciato a offrire generosi incentivi per il lavoro remoto perché immaginavano grossi risparmi sugli uffici e gli affitti – dice Jennifer Glass, docente dell’Università del Texas che studia telelavoro e strategie aziendali per il lavoro remoto. Questi risparmi non si sono materializzati, così i lavoratori sono stati richiamati in ufficio”.

IBM dichiara che il piano di co-locazione non è una misura di risparmio dei costi. Miss Friedman spiega come gli impiegati che non posso aderire al progetto possono candidarsi per gli oltre 5mila lavori disponibili negli Stati Uniti di America.

Sembra proprio un messaggio di anticamera per un licenziamento, dato che una parte dei lavoratori non avrà la possibilità di ricollocarsi.

Sebbene IBM si offre di pagare lo spostamento e aumentare lo stipendio per coprire una parte dei costi di vita, Miss Schlyer ha rifiutato: “Non potrò mai permettermi di vivere a New York City e probabilmente nemmeno lì vicino”.

Tuttavia ha trovato un nuovo lavoro per SA Ignite – una società di sviluppo software di Chicago – come responsabile del marketing di prodotto. Il suo ufficio così non cambierà, resterà ancora la sua camera da letto.

Cosa fare se i robot rubano il lavoro all’uomo

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Tabbid, il lavoro online come modello sociale

Tabbid, il lavoro online come modello sociale

Tabbid è una delle prime piattaforme italiane di lavoro online. Nata nel 2013 grazie all’impegno di Alessandro Notarbartolo – project manager lombardo per una multinazionale del settore energetico – che da un’esigenza personale per motivi familiari ha colto un’opportunità per risolvere i bisogni quotidiani di molte persone tramite il web.

Tabbid al momento ha circa 30mila iscritti. La piattaforma è nata senza alcun tornaconto di business. Per questo si fonda sulla gratuità del servizio che viene svolto senza alcuna commissione, sia per chi cerca lavoro, sia per chi lo offre.

“Tre anni fa – continua Notarbartolo – non avrei pensato di diventare riferimento per l’Italia sulle piattaforme di lavoro online”.

Come ci spiega Alessandro – che prova a spingere Tabbid con le sue sole forze economiche e personali – “solo i servizi aggiuntivi sono a pagamento ma senza obbligo di acquisto”.

Notarbartolo ci dice che non ha mai ricercato investitori per Tabbid. “Da un lato è positivo perché gestisco in primis la situazione, dall’altro avrei potuto avere una forte espansione con fondi a disposizione”.

Tuttavia, Alessandro ci tiene a precisare che il vero successo di Tabbid è di aver messo in piedi un vero e proprio modello sociale.

Volendo provare a fare una mappa delle persone iscritte a Tabbid, possiamo dire che la maggior parte dei tabidder – si chiamano così i lavoratori iscritti alla piattaforma – si trovano al Nord Italia (principalmente in Lombardia e Veneto). Poi nel Lazio (Roma, in particolare) e a macchia di leopardo nel resto d’Italia.

Tra gli iscritti, sono presenti molti neolaureati, una buona percentuale di disoccupati temporanei (in attesa di un nuovo lavoro) e anche molti “dopolavoristi”: dal tuttofare (muratore, idraulico, ecc.) a chi ha competenze web.

L’età dei registrati va dai 25 ai 45 anni. Con una grande concentrazione di quarantenni. Chi richiede il servizio sono più donne. Tra i lavoratori c’è una piccola maggiore prevalenza di uomini.

Un elemento particolare è che Tabbid comunque non punta ad avere studenti – o quanto meno non solo loro – tra gli iscritti.

Come principale aspetto positivo – secondo Notarbartolo – c’è la gratuità della piattaforma. La seconda cosa è la sua costante presenza online tramite la pagina Facebook ufficiale. “Essere sempre online – commenta il fondatore di Tabbid – aiuta a instaurare un rapporto di fiducia e di credibilità con i miei utenti”.

Parlando di piattaforme di lavoro online in Italia, Alessandro ci conferma che nel nostro Paese le piattaforme hanno una crescita lenta e cita l’esempio di Subito.it che ha impiegato 13 anni per affermarsi.

Nella nostra chiacchierata non manca il focus sugli aspetti contrattuali e lavoristici di Tabbid.

“Anche le società presenti su Tabbid – ci dice Alessandro – sono attente e serie nel regolare i rapporti di prestazione occasionale. Alcune grosse rinunciano piuttosto all’ingaggio se non trovano il giusto inquadramento”.

Tabbid ha una guida online presente sul sito web che indica come regolare i rapporti di lavoro che si presentano sulla piattaforma.

Il meccanismo di incrocio domanda e offerta è semplice: una volta inserito l’annuncio, viene inviato un alert a quella categoria di lavoratori che incontrano le competenze richieste dal committente, ci si candida all’annuncio e il rapporto viene gestito e concluso direttamente dalle due parti senza l’intermediazione della piattaforma.

“I più abili possono arrivare a guadagnare fino a una media di circa 900 euro al mese. La qualità del lavoro dipende anche dal tipo di attività che si deve svolgere. Se devo montare e configurare una caldaia di sicuro non mi affido al primo che trovo su Tabbid” – aggiunge Notarbartolo.

Un altro aspetto interessante è quello della valutazione dei tabidder. Il lavoratore non può recensire il committente con le famose “stelle” ma può scrivere sulla bacheca pubblica di chi gli ha commissionato il lavoro su Tabbid e commentarne l’esito. Questo dovrebbe creare una maggiore sicurezza e professionalità da entrambe le parti.

Nonostante Tabbid non preveda tariffe minime, il fondatore della piattaforma ha un’idea per il futuro del sito web: “Vorrei creare delle tariffe minime per ogni categoria, impostando un minimo tariffario su base oraria o a consegna (come ha già fatto con McDonalds’).

Al momento il prezzo lo definisce il committente. “Ci sono dei committenti – aggiunge Alessandro – che mi scrivono per avere un’idea di quale cifra proporre. Ho già un tariffario indicativo dei principali lavori richiesti su Tabbid”.

Ricerca gig economy in Italia: i primi risultati

Ricerca gig economy in Italia: i primi risultati

Sono più gig worker che freelance, svolgono i lavori più disparati e vogliono tutele e diritti come dei veri e propri lavoratori.

Ecco i primi risultati della nostra ricerca online sulla gig economy in Italia che abbiamo lanciato a gennaio 2017 e che proseguirà come punto di ascolto permanente almeno per tutto l’anno in corso.

L’identikit dei gig worker italiani

I gig workers italiani sono principalmente uomini (84%) e sono per la maggiore giovani (18-34 anni, 55%). Mentre nella fascia di età 35-54 anni si piazza il 28% dei rispondenti. Vivono principalmente al Nord (50%) e al Centro (33%).

La laurea di secondo livello (31%) è il titolo di studio più frequente tra gli intervistati. A seguire la licenza media superiore (25%) e a pari merito (19%) la laurea di primo livello e il master o corsi post-laurea. Solo il 6% dichiara di avere la licenza di scuola elementare.

Le esperienze di lavoro passate dei gig worker

Una prima evidenza offerta dall’indagine è la diversità dei lavori svolti dagli intervistati. Si va dal muratore al consulente per aziende in remoto, dal pizzaiolo all’ex impiegato di una multinazionale all’estero, dal pasticciere al grafico.

Le piattaforme di lavoro online utilizzate

Anche nel caso delle piattaforme online di lavoro e di app emergono dati interessanti. Dalle più conosciute come Foodora, Deliveroo, Upwork, Elance, Fiverr e Freelancer.com alle meno note Translatorscafe.com, Lionbridge, Zintro e Actionscript.com.

Vanno segnalate anche le piattaforme italiane Tabbid, Gogojobo, Taskunters ed Ernesto. Segnale che anche in Italia la gig economy non significa solo servizi di food delivery ma anche qualcosa di più vasto e trasversale nei vari settori lavorativi.

Il lavoro sulle piattaforme online

Il 60% dei rispondenti ha dichiarato che ha lavorato almeno una volta nell’ultimo anno attraverso le piattaforme della gig economy. Il 25% invece lavora attualmente su una o più piattaforme in maniera costante.

Come per le esperienze di lavoro passate, anche nel caso dei “lavoretti” online c’è una grossa varietà di risposte. Il settore più grosso è rappresentato dai lavori creativi/informatici sul proprio computer (35%).

Seguono “Taxi o altro tipo di guida (fattorino)” col 20%. Al terzo posto si piazzano i lavori di ufficio, compiti brevi o “click work” tipo la moderazione di commenti e immagini online col 15%.

Orari e retribuzione della gig economy in Italia

Il 50% dei partecipanti al questionario ha risposto che dedica fino a 2 ore al giorno per il lavoro su piattaforme. Il 25% ha dichiarato di lavorare per più di 4 ore al giorno.

Il 74% degli intervistati guadagna fino a 5mila euro all’anno. Mentre il 16% riesce a ottenere guadagni superiori ai 15mila euro all’anno.

Segno chiaro della cosiddetta dinamica “winner takes all” della gig economy: cioè, da un lato molti lavoratori che guadagno poco e dall’altro pochi che guadagnano molto.

Abbiamo provato a chiedere un commento sulla retribuzione del lavoro su piattaforma online e i commenti sono diversi: dal “Solo per necessità, è sempre troppo basso il compenso” a “L’importante è che mi paghino”, da “Retribuzione sia oraria che a consegna, inoltre mance online e mano, e bonus vari su affiancamento di nuovi driver“
a “Sono buone per trovare contatti, ma il lavoro va svolto fuori. Lavorare direttamente sulle piattaforme significa fare concorrenza al ribasso con frotte di indiani, cinesi, est europei, il più delle volte incapaci, ma che distruggono il mercato“.

I contratti applicati nella gig economy in Italia

Chiaramente nessuno ha applicato un contratto collettivo nazionale di lavoro.  La maggior parte ha un pagamento a cottimo, contratti a progetto o prestazioni occasionali.

Le condizioni di lavoro sulle piattaforme online

Anche in questo caso i commenti sulle esperienze di lavoro sono trasversali. Un intervistato risponde così: “Molto positiva. Mi sono accordato tramite app. Ho svolto il lavoro. Sono stato pagato con voucher e ci siamo lasciati un feedback reciproco. Questo è il futuro. Con alcune persone siamo rimasti in contatto e il lavoro è diventato ripetitivo”.

Su Deliveroo sembra ci sia una valutazione tutto sommato positiva. Infatti c’è chi ha scritto “Posso parlare solo positivamente di Deliveroo. Il tutto si sviluppo attorno all’applicazione principale che una volta installata sul telefonino ci permette di loggarsi-entrare in turno, sloggarsi-uscire dal turno ricevere ordini e consegnarsi al cliente. Tutti questi dati sono raccolti dal server che a fine mese calcolerà automaticamente il nostro stipendio. Anche gli orari di lavoro si concordano su un altra piattaforma online (staffomatic). Deliveroo fornisce tutti gli strumenti necessari al lavoro senza caparre o altro (zaino, casco, batteria extra per cellulare, accessori, bici, giacca a vento ecc).”.

Ma anche “in generale una buona esperienza siamo abbastanza ben supportati dalla piattaforma, anche se non consiglierei questo lavoro a tempo pieno“.

Tuttavia c’è chi evidenzia alcuni limiti. Gli alti costi di commissione della piattaforma, una concorrenza al ribasso sul prezzo a livello internazionale, le difficoltà nella ricezione del pagamento, stress e orari di lavoro impraticabili in maniera continua, oltre “all’assoluta incertezza sulle prestazioni sanitarie e sulle possibilità di sostentamento in età avanzata in cui versano attualmente i collaboratori occasionali e le partite iva”.

Le garanzie del lavoro su piattaforma online

Il 67% ha dichiarato di avere “nessuna garanzia” tipo contributi, indennità di malattia, ferie, maternità, previdenza integrativa. Mentre il 20% risponde di avere come elemento di garanzia la flessibilità oraria.

Riscontri interessanti si hanno dall’approfondimento sulle garanzie richieste. L’indennità di malattia è la garanzia più richiesta e desiderata per il lavoro su piattaforma online.

C’è anche chi vorrebbe la certezza di trovare più occasioni di lavoro sulle app al posto di garanzie oppure un piccolo aumento sull’attuale lavoro svolto e più in generale delle retribuzioni dignitose.

Una risposta che deve far riflettere politica, sindacati, gestori di piattaforma, clienti e utenti lavoratori è la seguente: “Le normali garanzie che si applicano per qualsiasi contratto di lavoro dipendente… ovviamente partendo dal minimo ovvero un’assicurazione.

Chiaramente essendo il lavoro ideale per migliaia di ragazzi la disponibilità di manodopera è così alta che non si arriverà mai a tutto questo… soprattutto in un periodo dove chi viene assunto deve ringraziare il datore di lavoro e i diritti o garanzie stanno quasi uscendo da quello che un giovane si aspetta da un lavoro (io mi ci metto per primo… forse per rassegnazione)”.

Perché si cerca lavoro sulle piattaforme online?

Il principale motivo per cui i gig workers italiani usano queste piattaforme è la mancanza di altre opportunità di lavoro, per arrotondare e per una maggiore flessibilità.

Soddisfazione dei gig workers in bianco e nero

Se da un lato il 58% degli intervistati si dichiara abbastanza soddisfatto del lavoro su queste piattaforme, c’è un 34% di loro che invece si dichiara poco soddisfatto o per niente soddisfatto delle condizioni lavorative della gig economy. Solo l’8% dice di trovarsi molto bene a lavorare online.

Chi può rappresentare i gig workers?

Le risposte a questa domanda racchiudono bene gli andamenti socio-politici attuali. Da un lato sembra proprio il sindacato (25%) e l’associazionismo non organizzato (17%) a dare speranza di vedere qualche tutela e diritto all’orizzonte; dall’altro, la sfiducia (sia la risposta “nessuno di questi”, sia “altro” hanno una percentuale del 25%) nelle istituzioni e nei corpi intermedi sembra avere un grosso effetto.

Chi ha scelto il sindacato pensa possa essere l’organizzazione più adatta grazie alla loro esperienza nel mondo del lavoro e il loro potere di rappresentanza. Nonostante questo, non mancano le critiche per mancanza di fiducia verso le organizzazioni sindacali ma più in generale sulla politica.

Ricerca gig economy in Italia: indicazioni metodologiche

I dati di questa ricerca – di tipo qualitativo – sono stati raccolti nel periodo tra il 16 e il 31 gennaio 2017 tramite questionario online (promosso anche con una campagna mirata su Facebook) e su alcune interviste fatte a Milano ai fattorini di Deliveroo e Foodora.

Nel suddetto periodo abbiamo raccolto 20 questionari compilati che sicuramente non sono un campione scientifico indicativo del fenomeno della gig economy in Italia.

Tuttavia, la nostra iniziativa vuole avere un taglio di approfondimento – qualitativo, appunto – cercando di capire in profondità quali siano i problemi e i bisogni di questa categoria di lavoratori.

L’indagine resterà online almeno per tutto il 2017 come osservatorio permanente sulla gig economy in Italia.

Chi vuole collaborare per ampliare questo lavoro di ricerca, può inviarci un’email a info@sindacato-networkers.it oppure contattarci tramite i nostri canali social Facebook e Twitter.

Foto: economist.com

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