Il futuro si chiama Big Data. Soprattutto se Open

Post by: 03/01/2012 0 comments 820 views

MILANO – Tutti i fenomeni legati allo sviluppo del digitale di quest’ultimo anno e soprattutto tutti i ‘trend’ che possono essere osservati vanno nella stessa direzione: la produzione di dati sarà sempre più ingente, in virtù della diffusione dei social media e degli smartphone; infatti le applicazioni che stanno prendendo piede, anche su un’audience di massa, vertono intorno alla possibilità di effettuare ricerche intelligenti e personalizzate sui dati e sulle conversazioni ad essi attinenti.

Ecco perchè le aziende stanno prendendo in considerazione l’adozione di strumenti di ascolto, monitoraggio dei thread ed ingaggio degli utenti, per molteplici fini: dalla più tradizionale analisi del sentiment e della reputazione fino ad operazioni più reattive come il customer care, la distribuzione di interventi ai fini del posizionamento sui motori di ricerca, l’attivazione di iniziative di crowdsourcing (l’esternalizzazione di una parte delle attività aziendali al pubblico,  modalità utilizzata anche dai freelance per ‘offrire’ i propri servizi su un mercato globale)

Mentre un tempo era possibile far sì che gli uffici marketing e le loro agenzie esterne potessero, più o meno manualmente, presidiare questo canale di conversazione, oggi è necessario adottare strumenti complessi che spesso – come nel caso di Radian6 di Salesforce – si interfacciano con il CRM aziendale. Ha preso così vita una nuova professionalità – il social media marketer – che assume sempre di più un ruolo  strategico.

Questa propensione alla lettura della mole dei dati che, online e mobile, si producono ogni giorno in modo più ingente, rende necessario anche il poter accedere a dati legati alla nostra vita sociale, alle istituzioni ed alla politica, settori in cui è ancora più forte la richiesta di trasparenza e di accesso alle informazioni, non solo in un’ottica di accountability delle decisioni e dei loro responsabili, ma anche per consentire a questi dati di poter essere fruiti in modo più largo ed esaustivo.

In particolare emerge la necessità di rendere questi dati accessibili attraverso applicazioni ad hoc sviluppate da operatori privati che le mettano concretamente a disposizione del mercato, incentivati in questo da un modello di business sostenibile. E’ per molti aspetti quanto accaduto con Google Maps e in numerose occasioni legate al mondo della ricerca scientifica e tecnologica, ma deve ancor più affermarsi il protagonismo degli operatori pubblici nella dimensione di raccolta delle informazioni e nella messa a disposizione  a favore della società.

A guidare questa richiesta è il movimento degli OpenData che dopo aver visto due importanti successi negli Stati Uniti e in Francia, oggi è sempre più al centro dell’attenzione, anche delle istituzioni italiane. In Francia, il governo ha appena consentito -tramite data.gouv.fr – l’accesso a 352 mila documenti ed è chiaro l’intento di passare da una cultura dell’opacità ad una cultura della trasparenza e dell’apertura.

Lo stesso tipo di iniziativa era stato portato avanti negli Stati Uniti -col sito data.gov- da parte di un’Amministrazione che ha sempre guardato al digitale come una forma di neutralità rispetto ad operatori (le dotcoms e le aziende telefoniche) che peraltro appaiono sempre più forti e capaci di intervenire nei processi di lobbying.

Dopo il lancio. lo scorso ottobre, del portale italiano data. lo stesso Governo Monti si è espresso favorevolmente in questa direzione, mentre la Regione Piemonte ha recentemente approvato una relazione bi-partisan che porterà a rendere accessibili tutti i dati statistici, demografici, sociali e politici del territorio dopo un’iniziativa pionieristica che aveva visto la luce lo scorso anno.

Quello che è importante comprendere è che, se da un lato l’attenzione deve essere posta nel promuovere la pubblicazione delle informazioni da parte delle istituzioni come una forma di trasparenza ed apertura che esse stesse devono darsi come proprio abito mentale, dall’altro occorre incentivare lo sviluppo di iniziative, soprattutto private e soprattutto imprenditoriali, che facilitino l’accesso e la fruizione concreta di queste informazioni: è quanto ha auspicato lo stesso responsabile dell’Innovazione francese presentando l’iniziativa transalpina.

I dati grezzi di per sé i non sono utili: sono però funzionali a nuove attività, sono delle cosiddette “enabling technologies” perchè producono esternalità superiori rispetto al valore diretto della loro diffusione. Ecco perchè è stato importante che i dati italiani, inizialmente inibiti ad operazioni commerciali, non contenessero più questa preclusione, in modo che gli stessi dati possano essere fonte di crescita economica e piu’ facilmente a disposizione dell’utente.

Per chi avesse qualche dubbio sulla rilevanza di questo fenomeno, ricordiamo che i principali operatori del Web – da Google a Facebook, da Amazon a Twitter – oggi competono proprio nel conquistare la nostra attenzione nell’avvalersi di loro per accedere alle informazioni finali e, sulla base di questa attenzione misurabile sotto forma di tempo speso, intensità della nostra volontà di ricerca, partecipazione a conversazioni collettive, etc, innestano il proprio modello di business ed a loro volta “si aprono” perchè aziende terze attingano alle proprie funzionalità per renderle ancora più diffuse.

La grandezza di Amazon deriva proprio dal farsi utilizzare da siti esterni che, remunerati per questo, aumentino la diffusione del catalogo e dell’offerta commerciale di Amazon stessa. Il valore oggi pare proprio risiedere nel diventare una piattaforma ed in questa direzione il digitale consente vaste aree di applicazione, soprattutto avendo a disposizione abbondanza di contenuti.

Per citare un caso estremo, la stessa EMI, una delle case discografiche che più aveva combattuto e sofferto il fenomeno della pirateria musicale, è giunta al punto di consentire l’accesso al proprio catalogo a sviluppatori terzi perchè realizzino applicazioni di ricerca, scoperta e utilizzo dei propri dati, al fine di consentirle di essere più aperta e raggiungibile da parte del pubblico: una chiave di sviluppo che a maggior ragione deve valere per i dati raccolti dalla istituzioni i quali, di per sé, non possono che appartenere a tutti.

di Andrea Boscaro

www.thevortex.it

Il futuro si chiama Big Data. Soprattutto se Open ultima modifica: 2012-01-03T00:00:00+00:00 da Redazione

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