Marco Mozzoni

Post by: 31/10/2011 1 comments 966 views

Nato a Legnano (MI) nel 1965. Mi sono laureato prima in Filosofia all’Università Statale di Milano (1990), poi in neuropsicologia a Pavia. Sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti e a quello degli Psicologi, nonché associato in formazione alla Associazione Medica Italiana per lo Studio dell’Ipnosi. Nel corso della mia vita ho fatto vari lavori: dal cameriere, al promotore di giochi per bambini nei centri commerciali, al responsabile di comunità terapeutiche per tossicodipendenti in misura alternativa al carcere, al direttore di associazioni di categoria in Confcommercio e in Confindustria, al consulente di comunicazione per agenzie di relazioni pubbliche, al giornalista scientifico.

Oggi, oltre a ricevere persone con problemi di stress, ansia e depressione nel mio studio privato fuori Milano, collaboro con diverse Università per attività di ricerca, sono direttore responsabile di BrainFactor (brainfactor.it), scrivo libri (l’ultimo dei quali è “Alzheimer: come diagnosticarlo precocemente con le reti neurali artificiali”, Franco Angeli 2010), partecipo come relatore a convegni di neuroscienze ecc. Dei Filosofi apprezzo in particolar modo Hegel, Spaventa, Gentile, ma anche Plotino e Agostino. Degli artisti sopra tutti Giotto, Michelangelo, Cezanne, Monet, i pre-raffaelliti. Mi rilasso codificando nei vari linguaggi di programmazione. Sito web personale: marcomozzoni.it

L’ultimo social post?
Su Facebook: “Roma: provocatori da manuale, sembrano quelli addestrati alla Scuola di Meccanica della Marina di Buenos Aires (Argentina, 1976 – 1983)”

L’ultimo video che hai visto su Youtube?
La Russa parla l’inglese: gaffe in sala stampa – 11 10 2011

Mac, Windows o Linux?
Linux. Non per partito preso, ma perché funziona bene e non costa niente.

L’ultimo acquisto online?
Hosting per uno dei siti web che gestisco.

Un libro che ha segnato la tua vita?
La Fenomenologia dello Spirito di Hegel.

Quale è stato il progetto lavorativo che più ti ha segnato?
Che mi ha segnato in bene, lavorare come responsabile di una comunità terapeutica per tossicodipendenti in misura alternativa al carcere. Che mi ha segnato in male, lo tengo per me.

Quando hai deciso di diventare Neuropsychotechnology guru?
Simpatica definizione, no? Nel mezzo del cammin della mia vita, dopo anni di lavoro sodo in Confcommercio e Confindustria, ho preso una seconda laurea, in neuropsicologia, cosa che mi ha fatto incontrare le neuroscienze cognitive e poi ritornare alla Filosofia, che è la mia prima laurea e il mio primo amore, come amo sempre ricordare. Con un cammino parallelo che mi ha portato a fare pratica di ipnosi terapeutica. Tutto questo unito a una mia personale disposizione verso gli altri, soprattutto quelli poco inquadrabili nella routine quotidiana, e al fatto che do proprio l’idea di un geek per quanto riguarda codici di programmazione, piattaforme web, ottimizzazione di siti per i motori di ricerca ecc. e che il rapporto uomo – macchina l’ho sempre trovato molto rilassante. Alla fine mi ritrovo – forse senza nemmeno averlo deciso in un momento particolare – a padroneggiare una poliedricità di fuoco che in un periodo di estrema incertezza come quello che viviamo riesce a dare certezze alle altre persone che mi stanno vicino, proprio come fa un guru. Non so se mi spiego…

Nella tua carriera, ha contato più lo studio (da autodidatta o scolastico-professionale) o l’esperienza pratica?
Entrambi importantissimi, ma lo studio è sicuramente la dimensione che ti consente di aprire la mente, il resto è pura applicazione, puoi perfezionare la prestazione, imparare nuovi dettagli utili allo scopo, sviluppare le malizie del mestiere ecc, ma mai avanzare concettualmente…

Il primo colloquio non si scorda mai: hai qualche curiosità da raccontare?
Non ricordo se sia stato proprio il primo, ma sicuramente uno dei primi. Eravamo in lizza per alcuni posti di allievo direttore di supermercato: dopo avermi fatto vari test individuali e di gruppo per tre giorni interi, l’unica cosa che mi hanno detto è che risultavo, più che serio, serioso… Non ho ancora capito cosa volesse dire la tipa che tirava le somme. Sai, roba di psicologi… Comunque non mi hanno preso, magari cercavano dei comici da bancone e ho solo sbagliato a propormi come mi sono proposto, pensando cercassero un’altra figura. Con l’esperienza ho affinato la mia capacità di discernimento degli annunci di lavoro.

Hai avuto durante la tua carriera professionale un incontro particolare?
Per me ogni incontro è una vera e propria apertura di senso, specialmente quelli che non riesci bene a inquadrare in uno schema noto. Direi però che uno dei più belli, che ricordo sempre con piacere, è stato quello con un impiegato di livello inferiore al mio che, invitatomi a bere un caffè, elegantemente mi disse che dovevo rallentare il mio ritmo di lavoro, altrimenti avrei fatto fare brutta figura agli altri colleghi. Ovviamente non ti dico né il posto, né il nome della persona. Però quell’incontro, e non altri di maggiore valore formativo, mi ha fatto capire che per lavorare in una organizzazione, più che studiare i manuali devi studiare il posto, osservare tutto nei dettagli e farti un’idea delle regole non scritte, per poi agire di conseguenza, secondo obiettivi precisi, se ne hai, altrimenti non ti resta che subire e crogiolarti nella perenne lamentazione.

E un’intuizione vincente?
Sì, quella di dare vita dal nulla a BrainFactor (brainfactor.it) insieme ad altri amici giornalisti e colleghi milanesi, la prima testata giornalistica scientifica in Italia dedicata esclusivamente alla ricerca sul cervello e alle neuroscienze, con l’obiettivo ambiziosissimo di fornire a esperti e non i contenuti della scienza nei tempi della cronaca. Ovviamente tutto in Open Access, cioè libera fruizione di tutti i contenuti a tutti. Oggi si parla in continuo e fin troppo di scoperte sul cervello, ma a fine 2008 – quando abbiamo registrato la testata al Tribunale di Milano – una cosa di questo tipo mancava proprio e manca ancora oggi in questo format specifico. La bontà dell’intuizione è confermata ogni giorno non solo in termini quantitativi (tanti lettori), ma qualitativi (certificazioni internazionali per l’affidabilità dell’informazione medica, indicizzazione sui più importanti database accademici del mondo ecc.): oggi ci invitano a congressi ed eventi in Italia e all’estero, riconoscendoci non solo il ruolo di validi giornalisti scientifici ma anche di esperti competenti della materia specifica, capaci inoltre di avere una visione ampia, profonda e critica delle cose di cui parliamo.

Marco MozzoniCosa consigli ai giovani che vogliono diventare Neuropsychotechnology guru come te?
Mah, non c’è un percorso formativo preciso, come puoi immaginare… Ci si ritrova quasi senza saperlo. Comunque, prima cosa, di laurearsi in quello che più amano studiare (tanto non c’è più una facoltà che ti assicura il posto), poi di studiare in continuo per il piacere di farlo, poi ancora di non fermarsi mai in superficie, cioè di non farsi mai andare bene le cose per come te le raccontano (anche quello che ti raccontano su wikipedia, per capirci), di essere critici e propositivi sempre, chattare e frequentare forum britannici così si impara bene la lingua che serve (anche lavorare con un sistema operativo in lingua inglese aiuta moltissimo), andare all’estero a fare qualsiasi tipo di lavoro per un bel periodo (che magari poi ci si trova bene e ci si sistema anche, senza nemmeno rendersene conto)… In particolare il mio mestiere – se così posso chiamarlo – si compone di tre anime: una tecnologica, una neuroscientifica, una umanistica… Cosa volere di più in un mondo che vede nell’integrazione di queste tre componenti il salto evolutivo possibile per l’umanità intera?

Internet ha cambiato il mondo del lavoro in Italia. Come?
Secondo me male, anzi molto male per essere chiari. In Italia mi sembra che ci stiamo solo muovendo in superficie, adottando tutto ciò che è web più per forza che per averne compreso realmente le potenzialità, a parte qualche realtà d’eccellenza. Non so se avete presente quei portali di prevenzione sedicenti 2.0, ma all’Italiana… E chissà quanti soldi pubblici ci sono andati dentro… Nel contesto strettamente lavorativo, la prima cosa che si è vista è stata la perdita della formalità dei rapporti e della capacità di scrivere anche solo una lettera aziendale, da quando si è cominicato a usare la posta elettronica; inoltre la gente ha iniziato a moltiplicare le comunicazioni inutili (del tipo: scrivono perché hanno la mail), con perdite di tempo mostruose e gaffe incalcolabili da parte delle aziende. Seconda cosa, si pensa sempre che comunque il web è solo una bella vetrina e non lo si considera ancora uno strumento potente di lavoro (es. le pubblicità vanno ancora prima sulla carta stampata, solo le briciole vanno alle testate su web). Infine ci sono troppe persone che parlano a sproposito di cose che né conoscono né sanno usare: allora mi chiedo come è possibile proporre strategie per il mondo del web quando non si sa nemmeno scrivere il codice di base di una pagina html? Un tempo un reclutatore di responsabili di punto vendita per una delle catene fast food più importanti del mondo ci ha detto che ci avrebbe messo a friggere patatine per sei mesi, poi a friggere hamburger per altri sei, poi… Molti (eravamo tutti laureati delle migliori università italiane) sono andati via dal colloquio ridendo… Non hanno capito nulla e nemmeno nulla capiranno oggi di internet.

Serve un sindacato dei Networkers? Se sì, come te lo immagini?
Secondo me potrebbe essere di sicuro molto utile. Come me lo immagino, penso a una entità snella, poco burocratica, che aiuti a trovare opportunità, che stimoli collaborazioni, non si perda in dibattiti sui massimi sistemi, ma dia notizia in tempo reale su contributi e finanziamenti di matrice comunitaria ad esempio, che ci sono ma pochi sanno dove trovare e come usare, che stimoli aggregazioni societarie o cooperative fra professionisti; e a costo zero per l’utenza. Un sindacato che riesca anche a penetrare nelle università in modo da stringere relazioni umane proficue con le teste migliori di ogni generazione, e che non dimentichi gli over 40 ad esempio, perché non è propiro vero che internet ce l’hanno in mano i giovanissimi…

Descrivi la tua professione in modo chiaro e diretto in modo che anche mia nonna possa capirlo.
Il mio mestiere è quello di aiutare le persone a prendere confidenza con le proprie capacità e ad esprimere al meglio le proprie potenzialità nascoste, umane e professionali, facendo leva sul proprio talento, sulla propria testa pensante, sugli strumenti che la tecnologia mette oggi a disposizione, in modo da poter costruire insieme, nel tempo che ci vorrà, un mondo nuovo a misura d’uomo e delle altre creature che abitano il pianeta, in cui vivere tutti quanti serenamente e piacevolmente.

L’organizzazione ‘classica’ del lavoro (orari rigidi e cartellino da timbrare) ha senso per un networker?
No. Non ho dubbi. Puoi sviluppare anche alle tre di mattina o quando gli altri vanno a pranzo, che c’è meno confusione in giro. Come dice Jovanotti, ormai siamo tutti sempre connessi, per cui… Facendo ovviamente attenzione a prendere pause quando servono, ma questo succede anche quando studi o fai lavori di responsbilità. Anche quando sei a fare surf può venirti un’idea o ti spunta come d’incanto la soluzione di un problema su cui potresti arrovellarti inutilmente dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18… L’ipnosi, ad esempio, in questo caso ti aiuta molto a sviluppare questa capacità di far lavorare il tuo inconscio per te, in certo modo, e tu dedicarti ad altro, e di punto in bianco ritrovarti col problema bello e risolto, come accade spesso ai matematici, ai fisici, ai filosofi appunto.

Quanti sono i tuoi amici sui socialnetwork, quanti di questi conosci davvero e quanti frequenti anche “off-line”?
Personalmente su facebook ho solo amici che conosco di persona, in carne e ossa, o persone che conosco per relazioni professionali. Come BrainFactor invece abbiamo migliaia di amici: l’amicizia non la neghiamo mai a nessuno, ma la tecnica che adottiamo è di non chiedere mai amicizie, così sappiamo di poter contare sul reale interesse delle persone che si fanno avanti senza andarle a cercare. Detesto quelli che chiedono amicizie a pioggia e continuano a invitare la gente a cose che interesseranno poco o punto, abusando letteralemente del mezzo; è proprio questo il modo in cui uno poi si disaffeziona e chiude tutto.

Prima di incontrare qualcuno che non conosci fai una ricerca su Google?
Sempre, sia perché sono curioso sia perché puoi già capire che tipo di persona è e come si muove, da quello che trovi in rete.

di Mario Grasso

Marco Mozzoni ultima modifica: 2011-10-31T00:00:00+00:00 da Redazione

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